Una riflessione a più mani su cosa significa essere una professionista del digital marketing ai tempi delle AI
C’è una domanda che gira da tempo nelle nostre teste, una domanda scomoda su cui Donne in SERP (la community italiana per le donne nel digitale) si è interrogata più volte durante gli incontri virtuali che scandiscono la vita del collettivo femminile su Discord: che cosa significa essere una consulente SEO freelance oggi? Quanto conta la formazione e quali competenze sono fondamentali per le professioniste del digital e content marketing nel 2026? Ma, soprattutto, che impatto ha la rivoluzione AI sulla qualità del nostro lavoro, sulla sua organizzazione e definizione?
Ai tempi della GEO, della AEO, dell’AIO (e chi più ne ha più ne metta), qual è il costo gestionale e emotivo di un cambiamento epocale, che sembra mettere in discussione servizi, contratti, strumenti, obiettivi, dati, relazioni con i clienti, prassi consolidate, skill e, quindi, confini (nel senso più ampio del termine)?
Abbiamo, quindi, deciso di confrontarci con le professioniste di Donne in SERP (oltre 180 specialiste del digitale) attraverso un sondaggio erogato tramite Google Forms. Qui abbiamo proposto loro 30 domande (10 a risposta aperta e 20 a risposta multipla), da compilare entro 15 giorni dalla condivisione.
Al questionario hanno risposto 19 membri del gruppo mettendo nero su bianco la complessità di questo mestiere oggi, le difficoltà quotidiane nella gestione di richieste di mercato in continua evoluzione, di tool in costante mutamento, di un aggiornamento professionale che, spesso, richiede più tempo del lavoro contrattualizzato; per non parlare delle competenze sempre più trasversali e frammentate che sono richieste.
SEO tecnica, content strategy, copywriting, SEO per AI, SEO per i social media, analisi dei dati, capacità specifiche per l’universo Google, Bing e, oggi, AI. E, ancora, strumenti professionali (tanti, forse troppi), capacità strategiche, commerciali, legali, relazionali E, allora, non abbiamo potuto far altro che chiedere loro: ci stiamo ibridando?
La risposta delle professioniste di Donne in SERP
Oltre la metà delle intervistate (57,9%) si percepisce ormai come una figura ibrida, mentre il 42,1% continua a identificarsi nel ruolo di specialista di settore. Questa evoluzione spiega perché ben il 63,2% senta la necessità di “reinventarsi” ogni giorno; al contrario, per il 31,6% la chiave rimane il normale aggiornamento.
Non stupisce, infine, che l’84,2% del campione si senta oggi più sotto pressione rispetto a 10 anni fa. A tenere alta questa tensione c’è prima di tutto il peso dell’aggiornamento costante, che quasi una professionista su due definisce d’impatto.
Poi, la sensazione di non bastare mai si insinua anche nei gesti quotidiani: sono tante le intervistate che ammettono di aprire LinkedIn e percepirsi in ritardo; quando abbiamo chiesto loro quale fosse la competenza acquisita più per necessità che per passione, il 36,8% ha indicato proprio quelle relative all’universo social.
Eppure c’è un dato che racconta qualcosa di, a nostro parere, tanto significativo: il 94,7% considera la capacità di adattarsi più decisiva della competenza verticale pura, segno che, in fondo, l’ibridazione non è subìta soltanto, ma riconosciuta come la vera risorsa del momento.
Un poutpourri di competenze
D’altronde, verrebbe da chiedersi: se il web si sta evolvendo, diventando un enorme e fluida aggregazione di informazioni e sapere, perché non dovrebbe accadere lo stesso a chi lo abita per lavoro? È consequenziale, se ci riflettiamo, il fatto che le competenze non siano più compartimenti stagni e distinti, ma che si stiano quasi “sciogliendo” le une nelle altre, diventando liquide.
E in effetti, c’è un punto di partenza che quasi tutte condividono, ed è un bagaglio costruito altrove: molte professioniste di Donne in SERP arrivano dal giornalismo, dalla scrittura, dalla comunicazione (mestieri in cui la parola, la cura del testo e la capacità di tradurre concetti sono il cuore del lavoro). Ed ecco, quelle competenze non sono sparite.
Si sono sedimentate, diventando il terreno solido su cui poggia tutto il resto, e oggi riaffiorano dove meno te lo aspetti: nella pazienza, nella visione panoramica costruita nei primi anni di carriera, nella calma che permette di non farsi travolgere.
Poi però è arrivato tutto il resto, e quasi mai per scelta: c’è chi ha dovuto “imparare i social”per stare al passo, chi si è “arresa” all’analisi dei dati, chi ha rincorso ogni nuovo tool che il mercato pretendeva di vedere padroneggiato. Sono competenze entrate dalla porta di servizio, accolte più per necessità che per desiderio.
Guardando la panoramica, sfuma la distinzione tra ciò che si è scelto e ciò che si è subìto: le due dimensioni si sovrappongono, esattamente come accade alle pagine di una SERP che oggi mescola risultati organici, social, video e risposte generate dall’AI senza più una gerarchia chiara.
Una sente di essere diventata “psicologa” dei propri clienti, un’altra commerciale di sé stessa, un’altra ancora si descrive come una figura che “fa tutto” e che proprio per questo fatica a dire, anche a se stessa, cosa faccia davvero: il ruolo non si lascia più nominare con una sola parola.
Così, che lo si voglia oppure no, il risultato è un nuovo noi, un noi che assomiglia sempre meno a una specializzazione e sempre più a un equilibrio instabile tra saperi diversi, alcuni amati, altri sopportati. E la nuova abilità non è più padroneggiare un’unica disciplina, ma reggere il peso di sostenerle insieme, tutte: capire cosa imparare, cosa lasciar andare e, soprattutto, cosa ignorare.
Le professioniste ibride oggi
Quindi la professionista che lavora nella SEO oggi come si sente realmente?
Guardando ai dati raccolti, quello che colpisce di più non è la percentuale di chi si percepisce “ibrida”, ma la conferma di una “crisi sistemica”: il 47,4% delle intervistate confessa di essersi sentita improvvisamente superata dal settore. Non è una percezione di inadeguatezza individuale, ma il risultato di una pressione strutturale che ci spinge a inseguire ogni nuovo rilascio tecnologico. Non a caso, il 78,9% delle professioniste indica la lucidità mentale come competenza prioritaria rispetto alla capacità tecnica, segnale che il vero collo di bottiglia oggi non è saper usare l’ultimo script, ma saper filtrare il rumore.
Il punto non è più “imparare a fare tutto”, ma accettare di non poterlo fare.
Le risposte raccolte nel nostro sondaggio rivelano una sorprendente varietà di approcci.
Tra le tante voci, abbiamo selezionato alcune testimonianze che ben rappresentano il modo in cui molte di noi stanno cercando di riequilibrare il rapporto con la complessità del lavoro e, in particolare, il motivo per cui continuiamo ad amarlo:
“Sentirsi sempre come se facessi delle scommesse”
(Caterina)
“A volte vinci, a volte perdi, ma almeno puoi provare ad allargare i tuoi orizzonti professionali”
(Sara)
“Poter continuare a sperimentare”
(Vanessa)
Non è un inno alla resilienza, ma una presa di coscienza: la professionista digitale del 2026 non è quella che corre più veloce, ma quella che ha compreso che la vera competenza non è l’aggiunta di nuove sigle al proprio profilo professionale, bensì il coraggio di ignorare una parte di ciò che il mercato ci impone di padroneggiare.
Questo sondaggio è solo il primo capitolo di un confronto che continuerà nel tempo.
Le risposte che abbiamo ricevuto sono così piene di spunti che abbiamo deciso di trasformarle in una rubrica dedicata. Nei prossimi articoli “esploderemo” i temi più caldi, per raccontarvi cosa succede davvero dietro le quinte del nostro lavoro.
